La forza generatrice del dialogo, tra fiducia (data) e impegno (preso)

di Gianluca Rizzi

La forza generatrice del dialogo, tra fiducia (data) e impegno (preso)

Qualche tempo fa, durante un’aula di formazione che tenevo in una grande azienda sul tema del people management, mi colpì la riflessione di uno dei partecipanti che aveva provato a mettere in pratica alcuni degli apprendimenti condivisi nella sessione precedente. In buona sostanza raccontava di aver provato a dialogare in maniera diversa con i propri collaboratori, ponendo qualche domanda in più e assumendo un atteggiamento di ascolto sincero e spassionato. Tutto ciò gli aveva consentito di ottenere immediatamente un livello di ingaggio e motivazione sensibilmente più alti.

Attraversiamo un momento storico nel quale il senso autentico e funzionale del dialogo sembra essersi perso: è sufficiente guardare i talk show in TV, leggere i giornali, scorrere il feed dei social per rendersi conto che gli attori in gioco ovvero gli interlocutori sono sempre meno tali e sempre più personaggi che recitano dei monologhi. Con la conseguenza evidente e inevitabile che non si possa costruire nuovo pensiero e idee diverse. Nelle aziende che quotidianamente frequento, probabilmente in virtù della sempre maggiore pressione derivante da obiettivi via via più sfidanti e da vincoli ancora più stringenti, l’attenzione e il tempo che vedo dedicati al dialogo sembrano affievolirsi. E allora aumentano le incomprensioni, gli equivoci, gli errori, i conflitti.

 
E qui torno sul caso citato all’inizio: non si tratta di retorica o buon senso. Il potere del dialogo come generatore di attenzione reciproca, di motivazione e di idee sempre più articolate ed evolute (o anche semplicemente diverse dalle proprie e dalle solite) è presto spiegato dall’origine di alcune parole chiave: parola, domanda, risposta. Soprattutto è un potere troppo spesso sottovalutato.

In un testo molto interessante sull’etimologia di alcune parole chiave scritto da Marco Balzano, «Le parole sono importanti», si trovano i riferimenti alle origini di queste parole sopra citate e se ne possono facilmente e immediatamente comprendere la portata e il potere. Ad un certo punto della storia il vocabolo parabola ha sostituito verbum nell’indicare la parola. Parabola è la versione laica del verbum e indica il «suono che fa un percorso da chi lo pronuncia a chi lo ascolta. Non si parla a sé stessi, si parla sempre a qualcuno, anche quando parliamo da soli. I poli della parabola indicano una relazione, dunque una socialità».

Non si parla a sé stessi, si parla sempre a qualcuno, anche quando parliamo da soli. I poli della parabola indicano una relazione, dunque una socialità

Questa operazione genera un terreno comune e dialogico che va costantemente curato e presidiato. Il dialogo sarà tanto più ricco quanto più gli interlocutori si porranno reciprocamente e spassionatamente delle domande (queste sconosciute!). L’atto del domandare ha un’altra bellissima etimologia dal senso sorprendentemente attuale: affidarsi, confidare, mettersi «nelle mani di».

Porre una domanda è un atto rivoluzionario poiché presuppone un’azione controintuitiva rispetto all’istinto tipicamente umano della diffidenza: concedere fiducia prima ancora di averne e senza la garanzia di riceverne in cambio. Domandare con curiosità, umiltà e sincera intenzione di conoscere un punto di vista alternativo consolida le relazioni e arricchisce il nostro pensiero, lo diversifica.

«Domandare è lecito, rispondere è cortesia», recita un noto proverbio. Dirò di più: rispondere è un vero e proprio impegno, per certi versi sacro visto che l’origine della parola è legata anche al responsum dell’oracolo. Rispondere significa assumersi una grande e solenne responsabilità che è quella di ascoltare, comprendere e, di conseguenza, dire (o agire). In altri termini, la domanda responsabilizza il nostro interlocutore e lo impegna nei confronti di sé stesso e verso di noi.

Questa breve digressione sull’origine dei tre elementi cardine del dialogo, la parola, la domanda e la risposta, non intende essere un monito retorico affinché tutti si dedichino al dialogo, ma un invito spassionato ad apprezzarne maggiormente il valore (e il potere) che vi risiede.

Detto nei termini di un brevissimo vademecum:
1) Prendetevi sempre un tempo e uno spazio dedicati quando dialogate con qualcuno, che si tratti di lavoro o vita privata.
2) Provate a fare domande aperte e mostrate la sincera intenzione di volerne sapere di più (senza lasciar intendere, anche involontariamente, che già presumete la risposta).
3) Se vi dovesse capitare la fortuna che vi facciano delle domande, considerate quello un momento cruciale poiché qualcuno si sta «mettendo nelle vostre mani», a voi si affida per l’ascolto, la comprensione ed eventualmente un consiglio.

Provare per credere! Il partecipante che ho avuto in aula e che ha condiviso questa sua esperienza ha evidentemente sperimentato il potere dirompente di un atto rivoluzionario come quello del dialogo.

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