Il taglio dei costi mette a rischio il futuro dei giovani

di Piero Pavanini

Il taglio dei costi mette a rischio il futuro dei giovani

Qualche tempo fa ho aiutato un amico a selezionare alcune persone per un’attività commerciale in apertura nei prossimi mesi a Milano. Il profilo ricercato era un 25/35 enne, addetto alla vendita di prodotti casalinghi, cultura media, minima esperienza richiesta, propensione alla vendita e gestione dei rapporti interpersonali. Niente di particolarmente complicato. Infatti ha messo un annuncio su un portale di job recruiting ed ha ricevuto in 5 giorni 327 candidature! Ho partecipato alle selezioni, che si svolgevano la sera, e ho visto uno spaccato delle persone in cerca di lavoro che non mi aspettavo.

Ragazzi motivati, grintosi, con energia, alla ricerca di un lavoro che li soddisfacesse dal punto di vista professionale: l’aspetto economico e le ore di lavoro erano un elemento secondario. Quello che tutti chiedevano era un lavoro con cui esprimersi e crescere, quello che tutti avevano o avevano avuto erano contratti a termine e precariato. Vite a scadenza. E non si trattava di stagisti neolaureati, ma di trentenni seri, preparati, volonterosi, che nonostante tutto non avevano mollato alla disillusione e rassegnazione, avevano una speranza e passavano le giornate fra colloqui e risposte ad annunci. E tutto questo a Milano, la città con la disoccupazione al sotto della media nazionale e la crescita ben al di sopra. Ho parlato con molti candidati e con i consulenti che seguivano la selezione, ed alla mia domanda del perché le aziende non cercassero di trattenere le persone di qualità, la risposta era sempre e solo nella ricerca del basso costo, ove la qualità non era un requisito trainante. Contratti a scadenza, stipendi bassi, qualità richiesta “non pervenuta”: ovvero, se è buona bene, se è mediocre è uguale tanto fra 6 mesi si cambia.

Nel settore in cui opero, ovvero della live communication/eventi per le imprese, il ragionamento che si segue è esattamente l’opposto, ovvero cercare di trattenere le persone di qualità, con motivazione, formazione, denaro. Il servizio che si offre nel settore della comunicazione è sempre ai massimi livelli, pur in presenza di bassi budget, anzi la sfida è quella di riuscire ad offrire qualità sempre più alta, a costi più bassi, in meno tempo. Chi ci riesce sopravvive e cresce, gli altri muoiono. Il ragionamento è legato alla qualità: se devo offrire un servizio di qualità servono persone di qualità, se cerco di offrire qualità con persone mediocri non vado lontano.Per questo si cercano persone che valgono più per come sono che per quello che sanno fare. Contano le soft skills, umiltà, apertura mentale, voglia di imparare, e per quelle persone il futuro è assicurato, perché le imprese sono a disposte a riconoscere la qualità e a valorizzarla, perché negli eventi conta l’efficacia, contano le amozioni che le persone provano ma soprattutto come migliorano e come performano dopo che hanno partecipato ad un momento di live communication. Che si tratti di un evento interno, di una sessione formativa, di un team building, conta l’efficacia, che si raggiunge con la competenza, la cultura, la motivazione.

Ma la domanda allora è: perché quello che vale nel settore della consulenza non può valere in quello dei servizi e del commercio? È una questione di margini delle imprese che non consentono di sostenere salari decenti e continuativi o è una questione di cultura? I ragazzi che ho visto nei colloqui avevano accumulato esperienze precarie non dal salumiere sotto casa, ma in punti vendita di blasonate multinazionali, brand famosi che crescono a doppia cifra e che aprono negozi nelle strade più prestigiose di decine di città in Italia e fuori. Quindi la risposta non è la prima, ma purtroppo la seconda. E i ragazzi non ne facevano un tema di stipendio più o meno basso, ma di continuità. Quindi è ancora peggio, è un tema di cultura e di soldi. Tenendo le persone 6 mesi e cambiandole si possono ottenere dai nuovi arrivati stipendi bassi e si smorzano le velleità di chi vuole crescere, sia professionalmente che come stipendio. Così si ottengono 3 risultati di cui l’ultimo è il più drammatico: il primo è che le imprese tengono i margini e crescono, il secondo è che la qualità media del personale dei servizi e del commercio è piatta tendente al calo, l’ultima è che si sta togliendo il futuro a due generazioni minando l’ossatura della società per i prossimi decenni. Sarà banale osservare che la precarietà non crea le condizioni per crescere: le famiglie non si formano, le case si acquistano solo se papà dà una mano e con 30 anni di mutuo, e soprattutto i figli non nascono.

L’Italia è demograficamente in calo e la china a scendere sembra inarrestabile. E allora? Il settore della comunicazione e della consulenza può insegnare qualcosa ai manager del commercio, servono incroci di culture e contaminazione. Da quei colloqui ho imparato che siamo pieni di persone di qualità, competenti, cariche di energia, che aspettano solo la loro occasione, per vedere e costruirsi un futuro. Constatarlo è stato comunque bello e incoraggiante, l’augurio è che si possano creare le condizioni, politiche soprattutto, perché queste persone possano trovare imprese illuminate che guardino alla qualità come facciamo noi nel settore della comunicazione, e non solo l’ultima riga del bilancio, che credano che creando lavoro serio e continuativo fanno del bene per prime a loro stesse, e poi al nostro Paese, al suo presente, ma soprattutto al suo futuro.

 

di Piero Pavanini 
Partner di Newton Spa

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