Le nuove tecnologie e il potere intramontabile della voce

di Gianluca Rizzi

Le nuove tecnologie e il potere intramontabile della voce

Se vi è capitato di imbattervi in quei giochi on-line che sfidano la vostra capacità di riconoscere brand molto noti e mediatici che vengono camuffati o parzialmente nascosti, sarete rimasti sorpresi dalla vostra abilità di indovinarne parecchi. D’altro canto, se vi ponessero domande del tipo «da che parte della mela si trova il morso?» oppure «in quale ordine si presentano i colori del nome del motore di ricerca più famoso?» potreste invece incontrare qualche difficoltà in più. Questo perché il potere dell’immagine è indiscutibile, ma l’impressione che genera in ognuno di noi è, in una qualche misura, talmente profonda da essere inconscia.

Il suono invece (pensate ai jingle degli spot o ai ritornelli delle canzoni ascoltati inconsciamente) sembra avere un potere paragonabile per intensità a quello dell’immagine, ma con una impronta di apprendimento più profonda. È sufficiente guardarsi intorno per comprendere come si sia aperta una stagione nuova per la dimensione sensoriale dell’udito. L’avvento di una rinnovata importanza dedicata all’ascolto è stato facilitato da alcuni elementi.

Un fattore cruciale è rappresentato dall'innovazione tecnologica. Strumenti come gli auricolari wireless o gli assistenti digitali (si vedano Siri su iPhone, Alexa per Amazon, ecc.) ci consentono, in apparenza, di “staccarci” materialmente dallo smartphone o dal computer. In realtà accade una cosa paradossale per cui, una volta affrancati da fili e tastiere, ci ritroviamo ancora più legati ai nostri device, in virtù di un dialogo che con essi si instaura e diventa continuativo.

Potrebbe sorgere spontanea una domanda: quali saranno le conseguenze a lungo andare di questa piccola ulteriore rivoluzione tecnologica in atto in questo momento storico? Alcuni commentatori di questi fenomeni di costume suggeriscono di ribaltare la domanda. Tra questi Alessandro Baricco che, nel suo ultimo libro «The Game», afferma: «Smettetela di cercare di capire se l’uso dello smartphone ci disconnette dalla realtà e dedicate lo stesso tempo a cercare di capire quale tipo di connessione alla realtà cercavamo quando il telefono fisso ci è sembrato definitivamente inadatto».

Applicando questo meccanismo di ribaltamento della domanda, proviamo a chiederci quali altri fattori possono averci indotto a cercare maggiormente la rassicurante esperienza dell’ascolto. Eccone alcuni esempi

1) Viviamo in un contesto sociale e professionale caratterizzato da fortissima presenza di immagini e la nostra vista sembrerebbe essere satura e desiderosa di una tregua.

2) Siamo sempre più forzatamente multitasking, a prescindere dal grado di efficacia che esprimiamo in questa abilità.

3) Manifestiamo un desiderio crescente di relazione, contatto personale, prossimità, attenzione diretta da parte degli altri.

I fattori (tecnologici e non) sinora elencati e argomentati hanno in qualche misura facilitato il rilancio del senso dell’udito su quello della vista; prova ne è il grande successo che sta riscuotendo il podcast, modalità di trasmissione che solo in apparenza rappresenta la normale evoluzione della radio. In realtà è qualcosa di molto più rilevante, tanto da essere diventato oggetto di alcuni progetti universitari di ricerca, tra cui uno curato da Marilù Osculati presso la NABA (Nuova Accademia Belle Arti, Milano). Il podcast, fenomeno dall’etimo controverso, ma dall’indiscusso potere di catturarci, tanto quanto (se non più) di una serie televisiva, grazie a questi due ingredienti fondamentali:

1) Il potere formidabile di una voce umana di catturare la nostra attenzione, avvolgendoci nel calore di un rimando amarcord all’infanzia.

2) La suspence generata dal famigerato storytelling (tutti ne parlano, pochi lo mettono davvero in pratica, ancora meno lo mettono in pratica bene).

Questa rinnovata attenzione e propensione al senso dell’udito ci suggerisce di allargare la prospettiva che solitamente, in ambito sia personale che professionale, viene applicata all’ascolto. Non si tratta dunque solo di consolidare la nostra capacità di ascolto in termini di empatia nei confronti dell’interlocutore, di assunzione del punto di vista altrui e di propensione all’apprendimento del nuovo o del diverso ma anche, in maniera più squisitamente relazionale, di avere maggiore consapevolezza del potere della voce e del racconto, “tecnologie” sempreverdi, mai tramontate e indiscutibilmente potenti dal punto di vista sociologico e antropologico, capaci di aumentare il grado di efficacia della nostra azione di persuasione e autodeterminazione nel mondo.

Persino il famigerato messaggio vocale WhatsApp si rivaluta, in tal senso, come strumento che ci riavvicina attraverso il calore della voce e l’articolazione del racconto, a patto di farne un uso morigerato e accorto. Il caso del messaggio vocale però rappresenta un’applicazione solo marginale (non ditelo a chi ne riceve tantissimi!) di questo meccanismo. Al lettore la sfida di immaginare gli sviluppi possibili e le applicazioni attuali e future di questa rinnovata attenzione dedicata alla dimensione dell’ascolto.

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