Saper immaginare per accedere al mondo che ci circonda

di Massimo Calì

Saper immaginare per accedere al mondo che ci circonda

Ci capita di dover prendere decisioni ed avere l'imbarazzo di orientarci tra soluzioni che suonano affascinanti e innovative e altre che sembrano poter funzionare e sono rassicuranti perché non così distanti da situazioni praticate in passato. Se abbiamo qualche dimestichezza con le riflessioni sul decision making e sui condizionamenti che il nostro cervello si trova a subire quotidianamente, siamo abituati anche a ragionare in termini di comfort zone e spronarci (o sentirci spronare) ad evitarla ed uscirne.

Non è semplice: a fronte di possibilità molto differenti, siamo tentati di essere prudenti. Chi offre soluzioni per mestiere si è sicuramente trovato di fronte al cliente che chiede innovazione, salvo poi chiedere rassicurazioni su quante volte quell'innovazione è già stata praticata con successo in passato. E d’altro canto, alzi la mano chi non ha temuto almeno una volta di cadere nell’eccesso contrario, cioè considerare a priori migliore, in termini di processo decisionale, una direzione nuova solo perché tale (proviamo qualcosa di diverso!), stabilendo di fatto una sorta di comfort zone al contrario: in maniera automatica e acritica decido per il nuovo.

Il dilemma è potente: da una parte esperienza e abitudine ci facilitano, ci aiutano a stare al mondo senza dover ogni volta reinventare tutto e ci danno il conforto di scorciatoie che hanno dimostrato di funzionare e ci rendono veloci. Dall’altra, la consapevolezza cognitiva che le soluzioni che ci servono in un mondo complesso e interdipendente necessitano di punti di vista inediti e più ampi possibile, mentre le nostre ortodossie e paradigmi ci limitano nell’interpretazione del mondo e nella ricerca di decisioni innovative. In mezzo, il nostro cervello, con i suoi bias e modelli mentali, i nostri sensi e le nostre emozioni.

Un modo per alimentare modelli mentali più ampi è favorire una «ridondanza cognitiva»: non pretendere di non avere ortodossie (tutti ne abbiamo e l’ortodossia più pericolosa è proprio quella di pensare di averne meno degli altri), ma attrezzarsi mettendo in campo contromisure e antidoti, adottando comportamenti che consentano di ampliare i propri modelli (la complessità si governa con una complessità almeno uguale). Ma come fare, concretamente? Alcuni spunti di self help sono suggestivi, ma talvolta generici: accetta ciò che non conosci, guarda da punti di vista diversi, impara a dire sì invece di no.

Si può favorire la “serendipità” (la scoperta felice fatta per puro caso mentre si cercava altro) cioè concedersi di esplorare per il gusto di esplorare, per giungere a quella che lo scienziato sociale Donald Campbell chiamava «variazione alla cieca con conservazione selettiva». Tradotto: non tutto quello che trovo serve, ma se non cerco in modo apertissimo, non avrò sufficiente materiale tra cui selezionare. Poi si può essere più concreti: con quanti colleghi nuovi hai parlato nell’ultimo anno? Quanti interessi coltivi veramente? Quante volte hai cambiato radicalmente idea su qualcosa negli ultimi mesi?

E poi, ancora, la “multidisciplinarietà”: cercarsi modelli mentali più ampi contaminando il proprio ambito con altri. Pensate a quanto spesso lo si fa, anche solo con valenza metaforica, portando esempi e testimonianze ad esempio di sportivi nel mondo aziendale, favoriti dall’immediatezza dei parallelismi con situazioni altamente prestazionali, misurabili, in cui si ottengono risultati grazie a dedizione e motivazioni eccezionali.

E poi possiamo aprirci al mondo delle relazioni e restare il più possibile in apertura verso noi stessi, verso l’altro e verso gli altri. Cosa provo io, cosa provano gli altri, quale è il mio ruolo, spazio e confine di comportamento in una relazione duale o di gruppo? Tutte domande che prevedono tante risposte quante le persone coinvolte e un unico ostacolo sulla strada degli altri: noi stessi. «Tutto ciò che vediamo nel mondo esterno è fabbricato nella nostra testa (…) Sviluppiamo l’immaginazione attraverso l’osservazione e l’attenzione. L’immaginazione si migliora quando la adoperiamo e scorgiamo le cose semplicemente per quello che sono (…) L’unico modo per nutrire l’immaginazione è quello di non ostacolarla: quanto meno si oscura il mondo, tanto più chiaramente potremo scorgerla».

E chi può aver detto queste frasi? Un sociologo, uno psicologo? Non adottate modelli limitanti, siate ridondanti: perché nel cambiamento dei modelli comportamentali e di management non farsi inspirare anche dal teatro, ad esempio dal formidabile regista teatrale inglese Declan Donnellan? «L’attore dipende completamente dai sensi; questi costituiscono la prima tappa della nostra comunicazione col mondo. La seconda è l’immaginazione”.

 

di Massimo Calì
Senior Consultant di Newton Spa

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